Questa newsletter racconta il Futuro Preferibile in tre mosse: parte da qualcosa che accade nel presente, prende la rincorsa nel passato e fa un salto nel futuro. Non per prevederlo, ma per provare a indirizzarlo.
Noi siamo qui
Qualche giorno fa Claude mi ha avvertito che tra poco introdurrà il watermark negli output che genera: una traccia digitale invisibile che rende riconoscibili i testi generati dall’AI.
Ne avevo parlato ad agosto, quando dicevo: è legittimo il bisogno umano di attribuire un’identità a chi ha scritto o creato quello che abbiamo davanti. Ma è anche paradossale che chiediamo alle macchine di rassicurarci sull’umanità dei contenuti che leggiamo.
Se non lo sai tu, nessuna macchina potrà dirti cosa vale la pena leggere, guardare e pensare.
Nessuna macchina, tranne una: lo slop detector che nelle settimane successive ho progettato a partire da quell’idea.
Il mio slop detector non ti dirà se “l’ha scritto l’AI”, ma ti dirà se un testo è rilevante, significativo, interessante, utile.
Provalo: a ogni testo attribuisce un punteggio che risponde ad alcuni criteri universali individuati da me, ma soprattutto è orientato dal contesto che gli fornisci: tu ci metti dentro testi e riferimenti che ti piacciono, e il tool ti dà un giudizio comparativo, basato sul tuo standard di qualità.
Lo scorso martedì l’ho presentato all’interno di Origin, lo startup hub della Rome Future Week, insieme a Michele Lauro: un bellissimo workshop in cui abbiamo raccontato questo e altri progetti della community SuperAgents.
Il tool è aperto e disponibile su Github per chiunque voglia metterci mano, personalizzarlo e migliorarlo.
Flashback
Utilizzo moltissimo l’AI, ma questa era la prima volta che realizzavo uno strumento pensato “per l’esterno”, includendo quindi anche sviluppo, interfaccia, un rudimentale design (scusate amiche e amici designer).
La sensazione di poter costruire qualunque cosa, di passare in pochissimo tempo da 0 a quasi finito, è euforica, e secondo me chi critica le possibilità creative dell’AI l’ha sperimentata troppo poco.
Se costruisci davvero qualcosa è difficile non sentire le regole del gioco che cambiano sotto le tue mani, non avere l’impressione che stai entrando in una nuova era del “fare le cose”.
Tanto che questa sensazione euforica è perfino un pericolo: la parte più difficile del progettare con l’AI, quella su cui spendi più tempo, è opporre resistenza, fermarsi, rifiutare il primo risultato, rifare.
È vero che anche chi non sa niente può fare praticamente tutto, però ci sono degli snodi progettuali in cui una conoscenza di dominio può decidere delle sorti del progetto.
Nel mio caso un designer o un developer avrebbero potuto suggerirmi modalità di interazione diverse, con meno friction; avrebbero potuto suggerirmi di prevedere da subito un login e un flusso di registrazione per fissare una volta per tutte contesto e preferenze dell’utente; avrebbero potuto farmi pensare che un sito non era l’output giusto per questo tool, che potrebbe essere un plugin o un’estensione del browser.
Di sicuro però progettare e costruire è uno straordinario esercizio di apprendimento: ho imparato a fare cose di cui non avevo idea, ho corretto errori, ho usato nuovi strumenti, ho capito come aggirare blocchi.
Adesso so moltissime cose in più di prima, come se avessi fatto un corso, ma il corso me lo sono fatto da solo (sì Claude, lo so che c’eri anche tu), mentre costruivo.
In più, costruire e pubblicare significa anche dialogare con una community: durante la progettazione ho raccolto i feedback dei SuperAgents, mi sono confrontato, ho migliorato molti dettagli, ho notato cose che non avrei visto da solo.
La community per me è l’antidoto più potente alle paure, all’ansia e allo stress da AI: costruire insieme vuol dire anche allearsi, avere dei compagni di strada, riportare la tecnologia nella dimensione umana e relazione, immaginando anche utilizzi alternativi e trasversali.
Fast Forward
Uno dei commenti che ho ricevuto durante il workshop diceva: come facciamo a selezionare senza restringere le possibilità di scoperta? Come lasciamo spazio per l’inatteso? Sicuri che a forza di applicare filtri non restiamo soli con le cose che ci piacciono già, e smettiamo di crescere?
Sono domande legittime, che segnalano una tensione a cui accennavo anche una settimana fa: il digitale ha aperto l’orizzonte di ciò che possiamo trovare, ha reso tutto disponibile, ci ha abituato all’abbondanza dei contenuti.
Poi però ha reintrodotto dei filtri su cui abbiamo pochissimo controllo: algoritmi, suggerimenti, personalizzazioni che sempre di più restringono il campo della scoperta.
Fate una ricerca, cliccate su un paio di video, inviate un reel, e comincerete a vedere sempre di più della stessa cosa.
L’overload comunicativo ha inceppato proprio il meccanismo della scoperta: la selezione è diventata un imbuto, e il feed una camera dell’eco, in cui le uniche cose inaspettate sono le pubblicità, non proprio il tipo di scoperta più esaltante.
Ora gridiamo al pericolo dell’AI, ma la vera minaccia per l’originalità dei contenuti sono le piattaforme di distribuzione, che hanno due funzioni principali:
restringono le possibilità di scoperta dando alle persone sempre di più delle stesse cose;
favoriscono la convergenza al centro, l’appiattimento e l’uniformazione su pochi trend dominanti.
Il prezzo da pagare per la disponibilità infinita, per l’accesso a tutto-ovunque-sempre, paradossalmente è stata la perdita di diversità: per questo la risorsa scarsa ora è la selezione, il filtro, il segnale; la possibilità di scegliere e soprattutto di ignorare ciò che non ci serve.
Il nostro bisogno di contenuti si scontra con la perdita totale di controllo su come possiamo trovarli.
Restiamo dentro le piattaforme perché è il luogo da cui passano tutte le informazioni, ma usciremmo volentieri se trovassimo un luogo capace di captare un segnale più pulito e significativo.
Per questo l’evoluzione possibile dello slop detector è la creazione di una nuova forma di distribuzione dei contenuti: un feed personalizzato indipendente da qualunque piattaforma.
Uno strumento capace di filtrare e selezionare i contenuti sulla base di interessi e obiettivi personali, e quindi di creare un canale informativo autonomo, generato su misura ignorando le piattaforme e i loro algoritmi
È proprio l’AI a rendere possibile questa opzione: il sistema potrebbe cercare, valutare e organizzare la conoscenza di cui abbiamo bisogno, creando filtri che siano abbastanza flessibili da tenere fuori il rumore senza limitare le possibilità della scoperta.
Tutto continuamente aggiornato e rimodellato sul contesto e le esigenze dell’utente, la cui attività diventerebbe il motore di un algoritmo totalmente individuale, basato non sui like che lasci ma sulle cose che leggi davvero, sulle tue annotazioni, sulle cose che scrivi e che pubblichi, sull’evoluzione dei tuoi progetti.
Siamo vicini a un momento in cui tu puoi diventare il tuo algoritmo, e avere pieno controllo sugli stimoli a cui ti esponi. E quindi siamo anche molto vicini a un momento in cui l’ecosistema della comunicazione potrebbe cambiare profondamente, svuotando i luoghi ora più frequentati per popolarne altri.
Chi è pronto a migrare?




Un paio di osservazioni. (1) Come mai secondo te alcune piattaforme "favoriscono la convergenza al centro, l’appiattimento e l’uniformazione" mentre altre la polarizzazione e gli estremismi? (2) Diventare il proprio algoritmo. Occorre aver sviluppato interessi, preferenze, stile, "taste and judgement". Bisognerebbe permetterlo diciamo solo dai 25 anni in su? Quando la corteccia prefrontale non è matura si è ancora in massima parte in balia dei gusti altrui: l'autoalgoritmo avrebbe poco di genuino su cui lavorare, e anzi rischierebbe di cementare solo gusti di altri tutto intorno a noi. Che ne pensi?